Dopo la Pentecoste, mi contatta un parroco. Di periferia, certo. Mi invita a visitare la sua chiesa, avvisandomi che ci vorrà almeno una giornata. “Sa, abbiamo anche un centro di accoglienza per i padri separati, una casa famiglia per i migranti, poi una unità di strada permanente per le persone senza dimora e i giovani impegnati in varie attività di volontariato”, anticipa un po’ timidamente. Incuriosita, accetto di andare a trovarlo il giorno seguente. Nella casa canonica, un piccolo appartamento accogliente, m’imbatto in una collaboratrice domestica moldava, Nina, che ci tiene a precisare: “Ho un contratto part-time a tempo indeterminato, sono stata fortunata”. Don Paolo mi accoglie con un sorriso, jeans e clergyman al collo. “Mi scusi se sono un po’ assonnato: ieri sera, dopo l’adorazione eucaristica, con i giovani siamo andati a incontrare le persone senza dimora per distribuire bevande calde e panini. Però soprattutto ci abbiamo parlato, cercando di ...