Raccolta fondi, chi fa da sé fa per tre: la Chiesa dei "campanili"Chi fa da sé fa per tre. La Chiesa dei campanili, singoli, incapace di fare squadra – come il Paese – nella raccolta fondi

terremoto1Non voglio entrare nella sterile (e strumentale) polemica su noi/loro, visto che molti migranti si sono messi a disposizione dei terremotati in Centro Italia e che alcuni hanno addirittura salvato nell’immediatezza nostri connazionali sepolti dalle macerie delle loro case. Decido invece di entrare a gamba tesa sulla questione degli aiuti e della raccolta fondi. Senza dubitare della buona fede di chi scende in campo per aprire conti pro terremotati e raccogliere materiali da inviare o portare sui luoghi del disastro, mi sembra che stia prevalendo come non mai la logica del “chi fa da sé fa per tre” anche in ambito ecclesiale. La Chiesa dei campanili, singoli, si dimostra incapace di fare squadra – come il Paese – nella raccolta fondi. Creando confusione, perplessità, incertezze.

La Conferenza episcopale italiana ha indetto una colletta in tutte le parrocchie per domenica 18 settembre in concomitanza con il 26° Congresso eucaristico nazionale, dopo aver stanziato nell’immediato un milione di euro dai fondi dell’8 per mille. La Caritas italiana si è attivata, come quelle diocesane limitrofe o contigue alle aree colpite dal sisma, dopo aver messo a disposizione 100mila euro. Fin qui nulla da eccepire, anzi. Perché, allora, le altre diocesi e la miriade di associazioni e istituti religiosi presenti in tutto il Paese, invece di convogliare in questi canali ben chiari e affidabili gli aiuti (segnalandone i rispettivi Iban o conto correnti, e recapitando loro quanto raccolto in loco), creano la loro piccola raccolta, coltivando inconsciamente o meno il loro minuscolo orticello?

Mi chiedo come mai non riusciamo a unirci neppure in questi momenti tanto dolorosi e drammatici. Eppure la comunione è un elemento essenziale e dirimente della nostra fede. Fare unità, convogliare le forze e le risorse per una risposta più immediata e puntuale, per evitare di creare sovrapposizioni o doppioni negli aiuti. Analogamente a quanto sta cercando di fare la Protezione civile, la nostra Caritas italiana – raccordata con quelle diocesane locali, vicine all’epicentro del terremoto – potrebbe fungere da centrale operativa e di smistamento degli aiuti. Perché invece preferiamo mettere la nostra etichetta particolare agli aiuti? Il Vangelo dice a chiare lettere: “Non sappia la tua destra cosa fa la tua sinistra”. Quanto sarebbe bello scomparire dietro una grande sigla, Cei o Caritas che sia, e creare una solidarietà senza bandiere, interessata solo a raggiungere l’obiettivo e priva di ogni vanagloria.

L’augurio è che si moltiplichino le veglie di preghiera, le donazioni di sangue (auspicate dal vescovo di Trapani Pietro Fragnelli) e le disponibilità all’accoglienza dei terremotati in conventi, parrocchie e abitazioni locali, convogliando i fondi e gli aiuti in canali selezionati. Un plauso al presidente dell’Unitalsi, Antonio Diella, che ha scritto in una lettera a tutti i membri dell’organizzazione: “Dobbiamo tenerci pronti e pazientare. Saremo sicuramente coinvolti nel lavoro che si sta dispiegando nelle zone terremotate: dobbiamo essere pronti ad intervenire, seguendo le indicazioni e le richieste che il Dipartimento nazionale della Protezione civile ci farà pervenire. Dobbiamo “frenare” il nostro comprensibile desiderio di esserci ora, per poterci essere in maniera efficiente appena ci verrà chiesto, quando la fase del primo soccorso sarà finita e inizierà la fase del sostegno organizzato alle popolazioni colpite”.

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