Una missionaria comboniana, giornalista e scrittrice, riaccende i riflettori su una tragedia troppo presto dimenticata. Dando una spallata all’indifferenza endemica, al menefreghismo ontologico di cui siamo impregnati

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Finite le scosse, scomparso il terremoto dai media. Ma in Ecuador si continuano a cercare i morti, a soffrire per le conseguenze del disastro e a tentare di rimettere insieme i cocci di case, villaggi, paesi rasi al suolo. A risvegliarmi dal torpore su questa notizia, sparita rapidamente dai nostri telegiornali e quotidiani, una mail di suor Daniela Maccari, missionaria comboniana nel Paese andino, che conosco da molti anni. Giornalista e autrice di diversi libri, la religiosa conosce i meccanismi dell’informazione, la sua abilità a seppellire i fatti che ormai sembrano vecchi, la capacità di non seguire vicende dolorose troppo lontane geograficamente e affettivamente dalla vecchia Europa. Se fra le vittime ci fosse stato qualche italiano o forse qualche europeo, il clamore mediatico avrebbe avuto dei sussulti di interesse, dei barlumi di attenzione. Forse sarebbe partito qualche inviato a vedere con i suoi occhi quanto accaduto. Invece, diciamolo senza falso buonismo, delle popolazioni andine non ce ne importa nulla, non abbiamo rapporti commerciali importanti con l’Ecuador e cosa vi succeda non tocca il nostro benessere. Quindi è già tanto dare la notizia del terremoto e della stima dei morti, poi la notizia non ci sfiora perché laggiù non c’è nessuno che conosciamo, non ci vive nessuno di mediaticamente importante.

Per questo la testimonianza di prima mano di suor Daniela è importante. Dà una spallata a questa indifferenza endemica, a questo menefreghismo ontologico di cui siamo impregnati, direi malati terminali. Scrive alle sue consorelle e ai suoi amici, anche a me: «Invio alcuni dettagli di quello che abbiamo vissuto in questi giorni. Mi hanno detto che la tv in Italia non dice più niente, mentre qui scavano ancora per trovare morti che sono già arrivati a circa 600 e con tante persone ancora disperse. Vi invito a diffondere l’informazione con i mezzi e contatti che avete. Grazie per la vostra collaborazione». Riporto interamente la sua testimonianza e le sue foto. Per fare un bell’esame di coscienza post-pasquale, nel Giubileo della misericordia.

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«Ecuador - Quito – sabato 23 aprile 2016  

Doveva essere una festa ed era stata preparata da una settimana di intensa animazione missionaria da parte di 12 comboniane, suore e novizie che hanno visitato tantissime famiglie delle diverse comunitá della parrocchia. Anche il Collegio San Luis Gonzaga aveva preparato, oltre a eventi culturali, una gigantografia con le foto delle missionarie che hanno lavorato nell’educazione. Da parte mia avevo fatto diverse interviste a persone anziane che hanno conosciuto e lavorato con le comboniane e altri missionari durante questi 50 anni (1966-2016). Muisne è un’isoletta nel Pacifico poco distante dal continente. Ci si arriva con pochi minuti di barca a motore. Basterebbe però un’onda dell’oceano un po’ più alta per far sparire questo fazzoletto di terra perché è tutta piana, di pochi chilometri quadrati e con una popolazione di circa 7mila abitanti.

Muisne era pronta per celebrare la festa di questo 50° anche se velato da un po’ di tristezza, perché era stato deciso il ritiro delle suore da questa missione. Era quasi l’ora della Vigilia di preghiera, suor Sara stava andando in Chiesa per suonare la prima campana. In mattinata erano arrivati dalle diverse comunità una ottantina di giovani che avevano vissuto quel sabato in riflessioni, dinamiche, preghiera e giochi, animati da due novizie, Annarosa e Lulú, e dalle missionarie.

Alle 18 e 58 minuti tutto sembrava cadermi addosso, ero al buio. Le sorelle erano nel refettorio cenavano e io ero venuta in camera, nella casa dei padri dove ero ospitata da alcuni giorni. Eravamo nell’epicentro di un terremoto di 7.8 gradi scala Richter che sembrava non finire più. È stato impressionante come in 15 o 20 minuti si è evacuata tutta l’isola con una popolazione di 7mila abitanti. Le barche a motore piene zeppe hanno trasladato tutta la gente sull’altra sponda nel continente e da lí con tricicli, autobus e tutto quello che si trovava, sei di noi siamo andate al Salto, uno dei tre punti più alti della zona perché il timore, di questa gente e di questa zona, è sempre quello di un tsunami, anche se, grazie a Dio, non è mai avvenuto.

La notte all’aperto è stata lunga, eravamo con diverse famiglie in un cortile e quattro volte siamo saltate su per le repliche. Poi si è messo a piovere e allora tutti sotto una piccola veranda... Altre suore con i giovani e tantissima gente hanno riempito la cappella della Guadalupe a Pueblo Nuevo dove, domenica mattina, il vescovo Mons. Arellano ha celebrato una Messa semplice di ringraziamento alle missionarie e tutta la festa preparata da settimane (danze, canti, eventi pubblici...) è andata... a mare. Prima della Messa siamo tornate nell’isola a prendere le nostre cose;  purtroppo sono cadute un’infinità di case e di palafitte (caletas) distrutte o portate via dalla marea che prima si è ritirata moltissimo e poi è tornata con violenza. Oggi si sa che sono circa 800 le case cadute.

Dopo la Messa siamo ritornate a Esmeraldas senza sapere esattamente quello che era successo dalle altre parti. L’abbiamo saputo e lo stiamo sapendo ancora adesso, a poco a poco. Suor Irene Pinedo, quella domenica, ha deciso di non tornare con noi a Esmeraldas ed è rimasta a Pueblo Libre. Una vera ispirazione, una porta aperta per poter ritornare sul posto. Io sono tornata lunedì mattina, mentre ero giá in macchina con la valigia per andare a Quito. Martedì é arrivata suor Sonia e mercoledì io sono tornata a Quito e sono andate là cinque novizie.

La tensione continua per le numerose repliche e le difficoltá che sorgono negli “albergues” campamenti e per la sofferenza di tante perdite di beni e di persone. In confronto alla distruzione di altre zone e città, Muisne, pur essendo nell’epicentro ha pagato meno, anche perché le costruzioni sono basse. Peró quel poco era tutto quello che la gente aveva e hanno perso tutto. In facebook ho messo parecchie foto.  Un saluto a tutti voi, ricordate nella preghiera l’Ecuador che sta vivendo un momento davvero difficile». Suor Daniela Maccari, missionaria comboniana