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Fra una manciata di giorni sarà Giovedì santo e i giornalisti si chiedono dove il Papa deciderà di celebrare il rito della lavanda dei piedi, quest’anno. Dopo i detenuti minorenni e maggiorenni, le persone disabili, sarà il turno quest’anno dei migranti per un gesto che tocca il cuore di tutti. Sconosciuto ancora il luogo: potrebbe essere il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria? Vedere un uomo anziano, quasi ottantenne, lavare i piedi di uomini, donne, bambini e chinarsi a baciarli non succede tutti i giorni. Eppure io sogno una Chiesa in cui questi gesti, a parte quelli rituali incastonati nel Triduo pasquale, diventino così consueti da non fare più notizia.

Sarebbe bello che questo chinarsi sugli ultimi, ma anche sui primi, fosse una prassi consolidata. E le occasioni per vivere una lavanda dei piedi e una ultima cena 2.0 non mancano. Condividere il pasto con i poveri o con i migranti, magari servendoli prima a tavola, è significativo quando a farlo è un vescovo che si presenta in incognito e senza preavviso in una mensa Caritas e si mette in fila con il vassoio, insieme agli ospiti, confondendosi con loro, non fosse per il vestito nero e il crocifisso al collo. Ci sono vescovi che lo fanno e non finiscono su nessun comunicato stampa, quindi su nessun giornale. Lo fanno e basta, lo sa solo chi è presente a quel pranzo e lo sa perché non è un’eccezione, ma una consuetudine, qualcosa che succede spesso, non solo a Pasqua e a Natale. I seminaristi, i sacerdoti, le suore, i laici volontari che si confondono in mezzo agli ospiti sono una bella immagine di Chiesa in uscita che non si sente “al di sopra” ma “in mezzo”. Consapevole che tutti abbiamo fragilità, problemi, crisi, ammaccature, ferite non rimarginate. Di essere serviti a tavola, di qualcuno che si cinga il grembiule e ci lavi i piedi e ci guardi negli occhi non per circostanza, abbiamo bisogno tutti. Mescolarsi ai poveri e agli ultimi per situazioni visibili mostra le nostre povertà invisibili. Per questo la lavanda dei piedi 2.0 si può declinare in tante situazioni. Come pure l’ultima cena. Se ci ricordassimo di essere finiti e non infiniti, forse vivremmo diversamente cene distratte, con la tv accesa. Forse “perderemmo” tempo a parlare insieme, ad ascoltare chi ci sta di fronte, ad ascoltare i veri bisogni che ci agitano dentro. Spegnendo lo smartphone almeno a tavola. Per esercitarsi negli sguardi prolungati e attenti, nei silenzi che abbracciano, nei sorrisi che parlano.

Incarnare i gesti della lavanda dei piedi e dell’ultima cena, tutti i giorni, si può. Per passare dalla morte alla vita, come la Pasqua ci invita a ricordare e a imprimere nella carne della nostra quotidianità.

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