creato2Lo confesso: non ho ancora letto per intero l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Ma concordo con lui di default. Soprattutto con il fatto che bisogna vivere in prima persona quello che si professa per fede. Allora la tutela del creato e l’abbraccio agli esseri viventi, tutti, diventano una faccenda complicata, un argomento che ti mette all’angolo e implica scelte quotidiane, centellinate.

Altrimenti le iniziative ecclesiali (tipo quella del primo settembre, la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato che il pontefice argentino ha voluto istituire proprio per ricordare a ogni persona dove vive, con chi vive e il rispetto dovuto ad ambiente, natura, animali, stagioni, clima, territori, altri esseri umani) restano pura demagogia e slogan vuoti, senza un ritorno concreto alla realtà individuale e collettiva. Esattamente quello che Bergoglio condanna di continuo: l’ipocrisia di proclamare a voce delle convinzioni e di comportarsi all’opposto.

Parto dai comportamenti personali, di tutti i giorni: essere cristiana e rispettare il creato vuol dire fare con scrupolo e attenzione la raccolta differenziata. Anche quando mi pesa lavare i contenitori del vetro, separare la carta dalla plastica nelle buste delle lettere, conservare i tappi delle bottiglie per un’associazione solidale che li venderà a una ditta che a sua volta li trasformerà in sedie e panchine di pvc. Stare nel circuito della differenziata richiede fatica, coscienza all’erta. Uno si stufa, si stanca. È un impegno, insomma. Facile sbracarsi.

Tanto facile che vediamo Roma invasa da spazzatura indifferenziata praticamente ovunque. Così facile che assisto a pannolini per bambino usati e gettati senza la busta che dovrebbe contenerli accanto ai contenitori dei rifiuti organici. Se il rispetto altrui si logora appena un po’ in molti, ecco l’invasione della monnezza: mozziconi di sigaretta ovunque, spazzatura e resti di cibo buttati per strada, in mare, nei boschi, nei parchi. Si chiama inciviltà, ma per un credente anche peccato: contro gli altri e il bene comune. Da confessare al sacerdote per ricevere l’assoluzione. Quando si pensa ai propri peccati e ci si accosta al sacramento della penitenza, faccia a faccia con il prete o dietro una grata, bisognerebbe avere il coraggio di dire: ho peccato contro il creato, inquinando il vialetto condominiale e sprecando acqua, non curandomi dei prati e della spiaggia.

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La coscienza civica – individuale e collettiva – è tutt’uno con la coscienza cristiana: forse si tende a dimenticarlo. Così l’attenzione a cosa si acquista – per non favorire le multinazionali che sfruttano i lavoratori e non tutelano i diritti umani – non si può definire un optional. Sostenere il commercio equo e solidale è auspicabile, così come i circuiti di agricoltura e allevamento a chilometro zero, che sostengono i piccoli produttori: spesso si tratta di aziende a conduzione famigliare. E l’elenco potrebbe continuare.

Poi ci sono le scelte come comunità cristiana: dalle sagre con stoviglie lavabili ai camposcuola con focus sul cibo (per insegnare ai ragazzi la consapevolezza di ciò che mangiano), dai percorsi in gruppo alla scoperta della natura alla rinuncia ai fuochi d’artificio per destinare la spesa corrispettiva a opere solidali. La Rete interdiocesana nuovi stili di vitaa cui finora aderiscono un’ottantina di diocesi, 29 del centro-nord, 23 dell’area adriatica, 22 dell’area tirrenica, 7 dell’area siciliana – è una fucina di proposte che non restano sulla carta, ma diventano e sono diventate concretezza in tanti paesi e città.

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