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Domani 23 maggio monsignor Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebrava la Messa, sarà beatificato a San Salvador. 

Avviato nel ’97, il processo canonico si era arenato, ma papa Francesco ha dato la svolta definitiva, dando voce alla fede del popolo che fin dal giorno della sua uccisione lo aveva proclamato martire e santo. Vorrei riflettere un po’ su questo riconoscimento non solo istintivo e viscerale, ma profondamente cristiano, che il popolo di Dio fa dei santi. E sul fatto che i santi “popolari” in America Latina vengono raccontati nei murales e nei dipinti all’interno di chiese e cappelle non in pose ieratiche, lontane dalla vita quotidiana. Sono nell’iconografia popolare, circondati da persone e da case, immersi nel contesto storico in cui hanno dato la propria esistenza. 

Succede anche in Africa, dove la Madonna è nera e viene raffigurata in capanne o baracche. Ecco, mi sembra che in Occidente abbiamo spesso smarrito questo legame intrinseco con il mondo reale. Quasi che Gesù non si fosse incarnato in una donna e non avesse l’aspetto di un uomo. Eppure nelle parabole fa continui esempi tangibili alla realtà in cui concretamente viveva.

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Ma torno a monsignor Romero. Ammazzato mentre celebrava la Messa. Perché si era schierato dalla parte dei campesinos e dei poveri vessati dai latifondisti. Trucidati, innocenti. Perché predicava ad alta voce quella teologia del popolo che tanto dava fastidio. Con parole semplici e chiare, che tutti potevano comprendere. Lui, timido, riservato, conservatore, a contatto diretto con la gente impaurita e ingiustamente perseguitata, ha tirato fuori un coraggio inaspettato. Così viene dipinto in mezzo alla gente, circondato da persone: uno di loro, fra loro, santo. Un testimone, circondato da elicotteri minacciosi o da case. Uno che è entrato non solo nella Storia, ma nelle storie. Le sollecitazioni di coerenza e di testimonianza che arrivano dai suoi scritti e da questi dipinti sono molteplici, ricchissime, per ogni credente in Cristo.

La provocazione è che anche in Europa, in Italia, possiamo imparare a raffigurare in modo incarnato e concreto – sui muri delle parrocchie, degli oratori, dei conventi e delle chiese – figure di donne, uomini, bambini che hanno colpito per la loro testimonianza di fede. Scoprendo un nuovo racconto della santità, meno stentoreo e più vicino alla vita quotidiana. Dentro la vita. Incarnato. Vero. Che sia arte o non arte.

Se contempliamo il racconto della vita di san Francesco nella Basilica superiore e inferiore, ad Assisi, la scuola giottesca insegna. Ma non penso ai capolavori. In un mondo dominato da immagini, video, foto, Instagram, social network, forse parlare con raffigurazioni concrete e incarnate dei santi li renderebbe accessibili a tutti. Non vanno messi in un transetto o in una nicchia, ma condivisi.

E ce ne sono tanti nascosti, non ufficiali, non sugli altari, da prendere come esempio. Il giudice Rosario Livatino e tante altre vittime delle mafie. Chi muore per salvare altre vite, le madri che si spendono per i loro figli malati o con disabilità, chi riesce a perdonare. Sarebbe “d’impatto” vedere queste vite raccontate attraverso immagini che sinteticamente ne mostrano la testimonianza di santità. Tanto simile a quella del nuovo beato Oscar Romero.

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