messa romIn questo periodo di emergenza abitativa mi piace “pazziare”, parola molto espressiva del dialetto partenopeo di intuibile e immediato significato. “Pazziare” o sognare non costa nulla, è a buon mercato pure in tempi di crisi cronica, se sei in cassa integrazione o disoccupato o sfrattato o se dormi in macchina. Penso al popolo di laici (in cui mi metto anch’io), alla possibilità di venire intercettati e coinvolti da convegni, seminari, incontri, momenti di preghiera organizzati all’interno delle calde e rassicuranti mura delle sale parrocchiali.

Nei luoghi in cui tutti si conoscono e se arriva “uno nuovo” tutti si girano a fissarlo, a squadrarne l’abbigliamento, la postura, il modo di camminare e di stare seduto. Qualcuno può sorridergli, qualcun altro mostrargli il posto migliore dove sedersi per ascoltare e magari una signora anziana – con il pretesto di dargli il benvenuto – può iniziare a raccontargli i suoi problemi familiari. Fin qui il film sembra già visto, o quasi. Pazziando, invece, perché non scompaginare il già visto e il già sentito? Perché non sparigliare le fila, far crollare il castello di carte e cambiare completamente “location”?

Immaginiamo che un parroco, alla fine della Messa domenicale, annunci: “Venerdì prossimo ci vedremo per la Via Crucis nel campo rom a pochi chilometri da qui. Le stazioni si snoderanno fra un prefabbricato e l’altro dei nostri fratelli e sorelle nomadi”. Oppure: “Per la lectio divina questa settimana ci ritroviamo nel cortile delle case popolari: le persone del palazzo porteranno le sedie e mediteremo in quel luogo significativo la Parola di Dio che diventa carne oggi, qui”.

Le combinazioni possono essere infinite, perché la location vuole la sua parte: ad esempio, decidere di servire in una mensa per i poveri e dopo il pranzo condiviso sedere a quegli stessi tavoli per fare il consiglio pastorale parrocchiale? Forse in queste location “alternative” anche i cosiddetti “lontani” potrebbero sentirsi a loro agio o essere incuriositi dalla testimonianza, dalla presenza. Un annuncio evangelico implicito, che si fa con le scelte. Una predicazione con la vita prima ancora che con le parole, esortava il santo di Assisi citato più volte dal pontefice argentino venuto dalla fine del mondo.

Il luogo, il contesto, le pareti, cambiano la prospettiva, eccome se la cambiano. Fanno uscire dagli schemi. Snocciolano concretamente quel progetto di Chiesa in uscita che papa Francesco ripete quasi ossessivamente, perché entri non solo nel linguaggio comune e nell’intercalare dell’ecclesialese (lingua parlata nei sacri palazzi e dintorni), ma perché si scolpisca nelle menti e nei cuori anzitutto. Uno stile pastorale che si condisce di missione non solo nei momenti “forti” dell’anno (Avvento e Quaresima), ma che è in stato di missione permanente, di conversione permanente. Perché il contatto con la sofferenza, con i problemi, con la vita reale non lascia indifferenti se non si è impermeabili: sgualcisce l’anima, tiene svegli di notte, smuove la coscienza come uno tsunami.

Un altro balzo ardito: e se anche religiose e religiosi scegliessero location hard per i loro capitoli generali e provinciali, per i loro convegni formativi? Non pensione completa in strutture dotate di tutti i comfort (camere singole con bagno in camera, tanto per dirne una), ma eremi, comunità di famiglie, ostelli popolari. Parlo di suore e frati in salute, che hanno le energie per lavare piatti e stoviglie. E per i convegni di un giorno o di mezza giornata, resta l’imbarazzo della scelta: stabili occupati da migranti, sale o cappelle di ospedali, aule di associazioni che si occupano di malati terminali o di pazienti in stato vegetativo, comunità che accolgono persone disabili. Per sentire l’odore delle pecore, come invita Bergoglio. Sentirle respirare accanto, vicine, è altra cosa dal vederle in tv o al di là del rassicurante “recinto” parrocchiale o conventuale. 

charly olivero