rosa biancaMai fidarsi delle apparenze. Mai giudicare qualcuno dalla prima impressione, dallo sguardo veloce e presuntuoso di chi pensa intuitivamente e si lascia tradire da una presunta esperienza in fatto di varia umanità. Occorre uno slancio profetico, uno spirito di discernimento, direi in linguaggio ecclesialese. Basta avere pazienza, riflettere e dare tempo all’altro di svelarsi, di deporre la iniziale ritrosia di fronte a una persona sconosciuta. O forse non basta. Umanità e “mestiere” giornalistico non possono bastare per riconoscere una Madonna di oggi, confusa tra migliaia e migliaia di altre persone alla stazione Termini.
Sai in grandi linee cosa le è successo: due anni e mezzo fa ha perso una figlia di tre anni per una grave malattia incurabile. Poi, ti confiderà, non è riuscita ad avere altri figli. Quasi scompare nel suo cappottino chiaro, dietro i suoi occhiali grandi, il viso minuto. “Il dolore non passa mai, impari che dovrai conviverci per tutta la vita”, dice in un soffio, ma senza disperazione né fierezza, con una fede sofferta e al tempo stesso granitica che ti ricorda nitidamente quella di Maria ai piedi della croce, mentre vedeva morire suo Figlio non si sa bene perché, innocente, indifeso, nudo.
Ed ecco che i primi, feriali e nascosti miracoli cominciano a rendersi evidenti, nella semplice trama del loro accadere: la perdita della loro prima e unica figlia non dilania la coppia. Lei e suo marito sono ancora più uniti, più forti, anche se continuano a litigare come sempre e i loro caratteri confliggono. Ma sono aperti alla vita, ci credono ancora. Pensano di adottare un bambino, visto che naturalmente non ne sono arrivati altri. E lei si dedica come volontaria a un’associazione, insieme ad altre mamme e ad altri genitori che hanno perso i loro figli. Ritorna nei luoghi in cui hanno curato la sua bambina. Si preoccupa perché altre mamme e papà, che stanno vivendo quello che ha vissuto lei, non si sentano soli, abbiano un sostegno psicologico. E poi che i piccoli pazienti possano giocare, vivere in reparti ospedalieri accoglienti e belli anche esteticamente.
Le si accende lo sguardo, quando ne parla. Niente e nessuno le restituirà sua figlia e il volontariato non può essere un atto consolatorio, compensativo. Il vuoto c’è e rimane come una voragine incommensurabile, viscerale. Però continua a dare respiro al suo istinto materno, al desiderio di dare vita e di creare bellezza attorno a sé, al di là di se stessa. Quella tristezza che le vela gli occhi si squarcia: “Certe cose puoi farle solo se arriva una forza inspiegabile, una grazia”, prova a spiegare. Ha incontrato persone che le hanno parlato di Dio. Ma l’hanno convinta soprattutto altre persone che, senza dire tante frasi di circostanza, hanno testimoniato la loro fede nei fatti. La fede che come una roccia sommersa abitava comunque dentro di lei.
Ecco, con il suo cappottino chiaro e la sua figura minuta viene risucchiata nella folla. Scompare, sembra. Chissà quante Madonne camminano fra la gente. Non come fantasmi, ma come donne che dentro di loro hanno vinto la morte e credono ostinatamente, con gli occhi luminosi, nella possibilità di una risurrezione.

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