Mancano poche ore al 13 marzo. Due anni fa il papa argentino, venuto «quasi dalla fine del mondo», è stato eletto come successore di Pietro, salutando la folla radunata in piazza San Pietro con un inedito «Fratelli e sorelle, buonasera!». Il primo gesuita, il primo latinoamericano e non europeo nella storia bimillenaria della Chiesa, il primo a scegliere di chiamarsi come il poverello di Assisi, il santo patrono d’Italia. In questi giorni per ricordare l’evento verranno spesi fiumi d’inchiostro e servizi televisivi a iosa. Una profusione mediatica a volontà. Che rischia di spostare l'attenzione sul "personaggio" più che sul "messaggio" che non smette di annunciare con la propria esistenza in tutto il globo.

Sicuramente Francesco ha conquistato i cuori di credenti e non credenti, e di chi professa fedi diverse da quella cattolica, per la sua umanità e schiettezza. Per i suoi sorrisi larghi e i suoi abbracci, le carezze e il pollice alzato. Per il fatto che vive a Santa Marta e usa un’utilitaria, porta al collo una croce di ferro e scarponi neri ai piedi, un orologio modesto e una ventiquattr’ore consunta. In due anni ha polverizzato uno stile pontificale compassato, curiale, che creava distanza con i fedeli e non solo.

Una vicinanza, una “prossimità” (come si dice in gergo ecclesialese, facendo diventare un sostantivo femminile generico quel “prossimo” di cui parla Gesù nei Vangeli, delineandone il profilo nella parabola del Buon samaritano) che nei sacri palazzi viene chiacchierata, additata. Non è ieratico, non è assertivo, secondo molti tradizionalisti. Ma forse bisogna uscire dalla logica conservatori/innovatori. Dai contro e i pro papa Bergoglio: conflitti inutili in ambito ecclesiale. Dannosi soprattutto perché inquinano il messaggio profondo che questo gesuita argentino sta consegnando a chi crede e a ogni persona che voglia accoglierlo.

Dopo due anni di pontificato, non facciamone un’icona mediatica o un santino irraggiungibile. Ai credenti, con la sua vita, indica semplicemente un Vangelo tutto da vivere. Lo vediamo pregare con un raccoglimento profondo, lo sentiamo a parole scandire “misericordia”, “giustizia”, “pace”, “i poveri sono la carne di Cristo”. Lo vediamo soprattutto compiere gesti spiazzanti, come le telefonate o il riconoscere fra migliaia di persone in piazza una in particolare, le risposte alle lettere e le battute spiritose, l’attenzione costante alle persone disabili, malate, anziane. Ai bambini. A chi soffre. Una testimonianza identica a quella che dava a Buenos Aires, racconta chi lo ha conosciuto in precedenza. Un papa che ammette i suoi limiti e i suoi peccati, che chiede di essere benedetto dal popolo e dai rappresentanti di altre confessioni cristiane. Dunque, un bel pacchetto di esempi da seguire.

Per chi crede e ha sempre criticato la gerarchia ecclesiastica, Bergoglio è una testimonianza che lascia senza alibi. Per chi difende a oltranza le tradizioni, rappresenta il corso del cristianesimo che si incarna ancora una volta nel tempo e nello spazio presente: occorre “guardare avanti”, esorta il pontefice.

Insomma, le chiacchiere vengono azzerate. Non ci si può nascondere dietro la propria ombra. Ogni cattolico dovrebbe poter affermare “Io sono Francesco”, pensando che lui rimanda semplicemente al Gesù in cui diciamo di credere. Sarebbe ora di seguire il suo esempio, senza tanti commenti e fronzoli inutili. “Sine glossa”, appunto: il santo di Assisi diceva di mettere in pratica proprio così il Vangelo, omettendo spiegazioni e chiose aggiuntive.