Da ventitré anni l’11 febbraio, memoria liturgica della Madonna di Lourdes, la Chiesa celebra la Giornata mondiale del malato, che nell’Angelus di domenica 8 febbraio papa Francesco ha definito “la carne di Cristo”. Quindi non “oggetto” di pietismo, ma protagonista di una testimonianza autorevole, di esempi e parole dal valore magisteriale, cioè di insegnamento vincolante per la vita cristiana.

cuccariniChi vive la malattia nella fede spesso lo fa nel nascondimento per scelta, oppure viene celato perché la sofferenza non è qualcosa di bello da guardare e il dolore è una cattedra da cui si fa fatica a imparare. Eppure tante persone concrete, malate o con disabilità permanenti, ti insegnano con limpidezza assoluta la voglia di vivere e come approcciarti all’esistenza in modo davvero “sano”, autentico e realista.

Perché allora nascondere questi tesori di sapienza? Perché non dar loro voce durante le omelie domenicali, o prima della fine della Messa, o negli incontri formativi per sacerdoti e per religiosi, o in occasione di convegni e meeting promossi da movimenti e associazioni? Perché non ascoltarli a proposito della pastorale sanitaria, all’interno delle diocesi?

Senza idealizzazioni al contrario, si capisce: non si tratta di eleggere l’eroe di turno o di innalzare un “santino” che sembra a tutti irraggiungibile. Si tratta forse di “sdoganare” la malattia come una realtà umanissima e normalissima. E le persone malate, dentro, sono proprio identiche ai cosiddetti “normali”, con le contraddizioni e i bisogni di ogni uomo e donna, con meschinerie e slanci che l’affidarsi a Cristo riesce a trasfigurare, a convertire in amore e speranza.

Fra i credenti c’è chi intuisce il mistero, la ricchezza e la profondità dietro il volto di una persona malata o disabile, vince la paura e l’ipocondria, cerca il contatto: in un letto d’ospedale o su una sedia a ruote alcune differenze sociali e culturali si azzerano. Penso al cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano e grande biblista, negli ultimi anni della sua vita segnati dal morbo di Parkinson: don Damiano Modena, che gli è stato accanto fino alla fine, racconta in un libro la sua perdita progressiva di mobilità, sensi e parole che lo hanno reso ancora più umile e trasparente.Luca

I crocifissi di oggi – e ce ne sono a migliaia accanto a noi, anche se distogliamo lo sguardo: altro che irenismi natalizi a buon mercato – raccontano una verità scomoda nel dolore consapevole non cercato, non voluto ma accolto. Non parlano con il loro corpo di eterna giovinezza né di bellezza standard; a volte non profumano di Chanel, gridano e si lamentano; altre volte sorridono e autoironizzano sui loro mali fisici e interiori. Perché azzerare la croce (oppure ostinarsi a scendere dalla croce) è un assurdo ontologico; renderla invisibile significa negare la verità di quello che siamo: umani, limitati, non onnipotenti. Guardare ai malati con sguardo buonista equivale a evitare un contatto empatico, a proteggersi da un coinvolgimento che somiglierebbe troppo a un contagio pericoloso per l’autoconservazione.

Una minaccia all’individualismo preservativo.

Perché la cattedra della sofferenza non sia solo retorica, stare accanto ai malati in modo autentico potrebbe voler dire: “Mettiti al posto mio e ti ascolto, perché hai da dirmi qualcosa che voglio rimuovere dalla mia vita: il pensiero del limite e della finitudine, la consapevolezza di non essere eterno. E proprio per questo il presente, le scelte, il senso della mia vita assumono valore, pregnanza, corpo”.