© Stefano Dal Pozzolo“Un abbraccio”. Al termine di post o di mail spesso si trova questo saluto finale, poco più di una postilla e poco meno di un intercalare. Virtualmente si possono abbracciare tutti, assoluti estranei o amici reali. Perché le parole scritte distrattamente su un sms o un tweet rischiano di svuotarsi e perdere il loro autentico significato, perdono carnalità e concretezza.

Quanto l’analfabetismo delle emozioni trova terreno di coltura nelle comunità cristiane (parrocchiali, religiose, presbiterali, di movimenti o associazioni)? È una domanda aperta, spalancata. Prima di ricevere la comunione, nella celebrazione della Messa, il sacerdote invita a scambiarsi “un segno di pace”, che anticamente era un abbraccio. Una consuetudine tornata in voga in alcuni movimenti e gruppi cattolici. Abbracciare implica un contatto fisico che si presume non formale con l’altra persona, uno sfiorarsi dei corpi. Modalità di saluto non formale, dunque. Si presuppone che sia così. Ma ci si può abbracciare mantenendo comunque una distanza di sicurezza, come fanno quei ballerini che non si conoscono abbastanza, oppure senza guardarsi negli occhi né sorridere. Gesto spontaneo oppure rituale, obbligato dal momento liturgico, ma non sentito e voluto. Quindi ipocrita, detto fuori dai denti.

Per questo sono rimasta gioiosamente colpita dall’appello formulato dalla Commissione diocesana “Nuovi stili di vita” di Padova qualche settimana fa, adatto a ogni tempo liturgico e a ogni momento della vita: “A Natale regala un abbraccio (ma un abbraccio fatto bene)”. Ecco una sintesi del testo: “Vogliamo invitare tutti gli uomini e donne di buona volontà a non fare i soliti regali natalizi, aumentando le migliaia di cose che possediamo nelle nostre vite e case, ma di regalare un abbraccio per far vivere le relazioni umane di fronte alla povertà relazionale che dilaga soprattutto nei nostri paesi occidentali. Il rapporto Censis 2014 sulla situazione sociale ha dichiarato che la solitudine è diventata strutturale nella vita degli italiani, rivelando quindi che siamo sempre più poveri di relazioni umane. Per questo, invitiamo ad offrire quest’anno un regalo speciale: l’abbraccio. Ma un abbraccio fatto bene che diventa terapeutico e che trasmette energia di vita, rendendo concreto l’abbraccio di Dio nei confronti di tutte le sue creature […], la tenerezza di Dio nei confronti dell’umanità, rivelata nel mistero del Natale, e per riempire le nostre case di abbracci: ‘Meno cose e più abbracci nelle nostre case’”. Allegato, un sussidio “pratico” tutt’altro che scontato. Derive dal sapore statunitense e new age? A leggere fra le righe, non sembra. Perché ormai si dà per scontato quello che non lo è. Ritornare all’abc dei rapporti umani può fare solo bene a comunità che si professano cristiane, discepole di quel Gesù di Nazaret che accarezzava, guardava negli occhi, abbracciava, si commuoveva, gridava, soffriva e gioiva come un autentico essere umano, come una persona tutta intera.

In un abbraccio, nel suo calore non posticcio, possono sciogliersi rancori, pregiudizi, antipatie. Purché sia autentico, gratuito. Mi ha intristito leggere che negli States spopolano i “professionisti” degli abbracci, pagati 80 dollari l’ora per ricevere coccole decisamente non a buon mercato in tempo di crisi. Ma non solo: sapere che una persona mi abbraccia perché è pagata per farlo, non per affetto, mi sembra squallido: monetizziamo anche il calore umano, che dovrebbe essere possibilmente gratuito e volontario? Una cara amica ha commentato: “Senza contare che c’è sempre chi non può permetterseli! Apriamo lo sportello sociale dei volontari dagli abbracci gratis”. Forse in una Chiesa in uscita – come la sogna papa Francesco – c’è proprio bisogno di questi “sportelli” spontanei con le porte sempre aperte. Oltre che le braccia, naturalmente.

Alcune partecipanti a uno psicodramma biblico. © Stefano Dal Pozzolo