pretiSembrerà paradossale, ma forse esisteva maggiore comunicazione quando funzionava tramite piccioni viaggiatori o messaggi affidati al mare in una speranzosa bottiglia. Non sto scherzando. L'iperconnessione genera in modo compulsivo-ossessivo una proliferazione di parole lanciate nel mare magnum di web, smartphone e computer che si perdono in un magmatico nulla. Fra i cinque sensi, la vista prevale di netto sull'udito (e sull'ascolto), gusto e olfatto restano sullo sfondo degli schermi perennemente accesi. E il tatto? Virtuale. Al massimo sulla tastiera si possono pigiare elementi freddi, di plastica. Sì, a volte la batteria scalda un po', ma anche questa definirla emozione tattile sarebbe preoccupante.

E allora? I contatti a migliaia? Gli amici su Facebook? Gli sms e le mail a cui non si risponde più per mancanza di tempo (e di educazione, aggiungo)? Le chat comuni che diventano una specie di riunione condominiale? What's app in cui emoticon, foto e video impazzano al posto di frasi compiute? Tutto è smart. Accorciato, rimpicciolito, abbreviato. Senza voce, senza suoni. Solo i tic tic inarrestabili di una tastiera. Si "condivide" su Facebook, si twitta un pensiero o si condivide una foto su Instagram: aspettando una risposta, una reazione, pure una contestazione per sentire una voce dall'altra parte del filo?

Sembra un dialogo fra automi, che schizzano ognuno seguendo una direzione e poi cambiandola repentinamente, scrivendo di tutto e il contrario di tutto e ancora ancora ancora. Parole perse, utili, urlate o enfatizzate, poco importa. Perché si perdono, a volte ancor prima di essere digitate. Perché mancano la riflessione, il confronto, il dialogo, l'elaborazione, la sintesi.

Ecco, la sintesi. E la capacità di scegliere, selezionare. Queste modalità comunicative di tipo schizofrenico contagiano a macchia d'olio anche sacerdoti, religiosi e religiose, cristiani laici, associazioni cattoliche, movimenti. Gli ultramodernisti plaudono alle nuove tecnologie come mezzo per annunciare il Vangelo sul pulpito dei media, i conservatori a oltranza ne denunciano i pericoli. In mezzo sta la maggioranza dei credenti: la suora che non risponde affatto a sms e a what's app se non con giorni di ritardo, il parroco che manda il notiziario parrocchiale via mail, il volontario che non attacca gli striscioni della donazione del sangue in parrocchia e non avvisa (via sms, telefono, mail o in mille altre modi tecnologicamente a lui accessibili) la persona che si aspettava lo avesse fatto. Vabbè, c'è Skype. Pure Messanger al limite. Ma è sempre dietro l'angolo la scusa che manchi la connessione, il famoso "campo".

I contatti umani sono rarefatti, ridotti al lumicino e allo stretto necessario. Guardarsi negli occhi, magari in silenzio? Una perdita di tempo. O regalare un sorriso a 36 denti e non di circostanza, al posto di un emoticon? Stare inginocchiati cinque minuti a pregare? Mah, sta vibrando il cell. Acceso di notte e di giorno. Abbiamo tempo per le relazioni autentiche, "tradizionali"? E ne abbiamo ancora bisogno? O ci bastano questi frammenti virtuali polverizzati dell'alfabeto emotivo e umano? Come si fa a coinvolgere il cuore e a mettere in moto l'empatia senza sfiorarsi, ascoltare la voce di un'altra persona, prendersi qualche istante per osservarla con attenzione, annusarne il profumo?

Qualche anno fa ho letto un libro dal titolo illuminante: La manutenzione degli affetti, di Antonio Pascale. Lui e lei lavoravano in orari diversi e rischiavano di incontrarsi raramente; eppure per salvare il loro rapporto avevano inventato strategie amorose reciproche per far percepire all'altro e all'altra la sua importanza, il suo valore, il suo essere insostituibile. Si erano scelti. Ovviamente i rapporti non sono tutti così elettivi ed esclusivi, si capisce. Ma neppure possiamo annegare nella nebbia indistinta il cosiddetto "prossimo", che il Vangelo invita a riconoscere e a chiamare per nome.
suore