separati 1Il Sinodo della famiglia si sta avviando alla conclusione. Fra gli argomenti più rimbalzati sui media generalisti, che semplificano ogni questione con una frase secca, c'è il problema di concedere o meno la comunione ai divorziati risposati, oltre alle coppie gay. Non mi inoltro in un tema teologicamente complesso, ma in prassi facili e concrete.

Un’opera di misericordia 2.0 per il prossimo Giubileo, per esempio, potrebbe essere quella di accompagnare all’altare separati e divorziati, al momento della comunione, perché possano ricevere una benedizione. È una modalità liturgica che ho appreso durante una Messa a cui partecipavano membri dell’associazione Famiglie separate cristiane. Che non chiedono di essere ammessi al banchetto eucaristico, ma di essere accolti nella comunità cristiana, di partecipare alle celebrazioni e – nel passaggio fatidico e controverso – di poter fare la fila davanti al sacerdote per ricevere una benedizione, o un abbraccio, invece delle specie eucaristiche.

Un gesto semplice, bellissimo, significativo. Peccato che l’ho visto fare (e caldeggiare) solo dal cardinale Ennio Antonelli, era lui che presiedeva quella Messa e che ha presieduto per anni (dal 2008 al 2012, prima dell’arcivescovo Vincenzo Paglia) il Pontificio Consiglio per la famiglia.

separati 2«La comunione non è una caramella», mi ha fatto giustamente notare un mio amico gay, che probabilmente ha molta più fede della sottoscritta. Verissimo, dottrinalmente e teologicamente. Ma invece del sacramento si può dare un segno a chi è separato o divorziato, per farlo sentire parte della comunità e non un appestato, un diverso o addirittura uno scomunicato, come se tutti gli altri fossero senza peccato e lui o lei rappresentassero lo scandalo da additare.

Sarebbe significativo che le parrocchie aprissero le porte ai gruppi e alle associazioni di questi fratelli e sorelle, che spesso si ritrovano soli e poveri dopo la fine del loro matrimonio. Sarebbe una testimonianza di amore se separati e divorziati potessero fare la fila per la comunione con un fratello o una sorella nella fede che gli tiene una mano sulla spalla, e viceversa, ricevendo non la particola ma un segno di croce sulla fronte, l’imposizione delle mani sulla testa, oppure un abbraccio o una benedizione.

I gesti contano davanti a Dio e pure davanti agli uomini, se compiuti con cuore sincero ed empatia reale. Ricordo il giorno della mia cresima: avevo 14 anni e la mia madrina Maria mi teneva la mano sulla spalla. Ecco, tenersi la mano sulla spalla, separati e non, divorziati e non, dice anzitutto alla comunità dei credenti e a tutti: «Questo mio fratello o sorella può aver sbagliato, ma cerca il Signore. Chi sono io per giudicarlo?».

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