Domenica 4 ottobre inizierà il Sinodo dei vescovi sulla famiglia, tra polemiche e divisioni intra-ecclesiali. Dispiace che il numero di donne uditrici sia basso, così come quello dei laici e delle famiglie. Dispiace che in una Chiesa collegiale e sinodale voluta da papa Francesco la voce di chi vive sulla propria pelle le dinamiche familiari (come padre, madre, figlio, figlia, nonno, nonna, nipote) sia marginale e periferica.

Al netto di ogni critica e retorica sulla famiglia, e delle polemiche/strumentalizzazioni che hanno accompagnato la preparazione del Sinodo (comunione eucaristica ai divorziati risposati sì o no, unioni o nozze gay sì o no), provo a elencare alcune semplici considerazioni che possono essere valide per ogni credente e comunità cristiana, chiamati a vivere quella misericordia che il Giubileo alle porte ci richiama a incarnare.

Accogliere la vita nascente significa pure non licenziare una badante o baby-sitter o colf quando annuncia di essere incinta. Scrivo non per sentito dire: è successo che coppie e famiglie cattoliche abbiano messo alla porta la propria dipendente (straniera nella maggioranza dei casi) quando la stessa ha comunicato di aspettare un bambino. La donna in “dolce” attesa ha quindi perso il lavoro e in molti casi anche l’alloggio. Di qui la sofferta decisione di abortire o la ricerca di una casa-famiglia che le desse un tetto e l’opportunità di far nascere il figlio, aiutandola a reinserirsi nella società. Ma bisogna chiedersi come fa una mamma single a lavorare per mantenersi e badare contemporaneamente al suo bambino: le occorre un asilo nido gratuito a cui affidarlo nell’orario di lavoro. Ci deve pensare il welfare: giusto. Ma torno a chi mette alla porta una donna incinta perché lo è, professandosi cattolico praticante.

Famiglie sono pure quelle composte da un ex prete sposato o da una ex suora sposata. Magari additati dalla comunità religiosa o parrocchiale a cui appartenevano. Ci sono anche suore che mettono al mondo un figlio e vengono “ripudiate” all’istante dalle consorelle (lo dicono le cronache) o novizie e professe semplici (non di voti perpetui) che comprendono come quella non sia la loro strada. Idem seminaristi o giovani sacerdoti. Se la loro vocazione è quella matrimoniale e si sono sbagliati, l’hanno capito tardi (non vengono messi in conto errori di discernimento da parte dei superiori o delle superiore, che magari pensano ad arricchire le fila della propria istituzione e non al bene della persona, anzitutto), amen: vadano per la loro strada. Senza uno straccio di curriculum, di contributi pensionistici versati, di lavoro anche precario. Si arrangiassero, se hanno deciso di formare una famiglia cristiana e di seguire Cristo in un’altra vocazione. Una volta usciti dall’istituto religioso o dal seminario o sospesi dal sacerdozio, la comunità di cui hanno fatto parte in molti casi arretra, si chiude o fa muro, per non rischiare che la balzana idea di sposarsi venga a qualcun altro dei “fedelissimi”.

Un’ultima casistica di famiglie invisibili: quella delle adolescenti minorenni che si accorgono di aspettare un bambino. Spesso il padre si spaventa e le lascia. Succede pure che le ragazze vogliano avere il figlio e che si aspettino un appoggio dai loro genitori, cattolici praticanti. La “vergogna” o l’imbarazzo o non so cos’altro spingono alcuni di loro a mettere alla porta la figlia, con un ultimatum: o abortisci, oppure in questa casa non ci rimani. Sono drammi e situazioni complesse, difficili. Ma segnali di come le nostre comunità cristiane siano chiamate ad aprire non solo le braccia, ma le porte di canoniche e locali parrocchiali, appartamenti o sacrestie, a chi vuole formare una famiglia, seppure imperfetta, "difettosa" e – direbbe papa Bergoglio – “periferica” o “incidentata”.