Gli sbarchi dei migranti non vanno in vacanza. Lo sanno bene a Palermo gli “anonimi” volontari della Caritas che si impegnano a fianco di persone che non hanno mai visto prima. Si conoscono in circostanze drammatiche, difficili. Arrivano dove le istituzioni non riescono ad arrivare. Hanno motivazioni e umanità, mescolati ai loro limiti. Con l’aiuto della Caritas palermitana possiamo scoprire le storie e i volti di due fra loro, fra i tanti che si rimboccano gratis le maniche. Chi glielo fa fare? «Non pensavo di riuscire a essere così utile per queste persone e tutto questo mi dà una grande gioia. Ho cinque figli e guardo questi ragazzi come se fossero i miei figli. Loro mi chiamano “papà Africa”, perché mi vedono più grande e hanno bisogno soprattutto di ricevere calore e fiducia», racconta commosso Salvatore Lupo: 65 anni, pensionato, ex ferroviere, residente nel quartiere popolare di Falsomiele. E aggiunge: «Questo servizio mi sta facendo crescere molto come persona perché l’arricchimento umano che si riceve è enorme. La sera torno stanco ma felice». migranti 3Accanto a Salvatore, il ventottenne Vittorio Mattaliano, coordinatore del gruppo dei volontari. Con lui anche la moglie: si occupa delle pratiche sanitarie e accompagna i migranti negli ospedali. Hanno visto sbarcare anche le salme, dai barconi. «Siamo impegnati senza orari e rispondiamo a tutti i bisogni del momento. Quando ti doni a chi ha più bisogno di te non senti neanche la stanchezza. Anche per me lo sguardo e i volti di questi nostri fratelli hanno una profondità che ti ripaga da tutte le fatiche e non ha prezzo», confida il trentacinquenne Girolamo Cerasole, sposato con due figli: dopo aver perso il lavoro, fa l’autista per il trasporto dei migranti.

migranti 2A migliaia di chilometri di distanza, un’altra volontaria anonima per vocazione ha ricevuto il 30 giugno il riconoscimento di “cittadina onoraria” della città argentina di Barranqueras: l’anziana suor Maria de la Paz Acosta, che 52 anni fa ha professato i voti fra le le Piccole Suore Missionarie della carità, ha contribuito alla costruzione di 19 case per famiglie in difficoltà e del Salone comunitario – attrezzato a forno e a sartoria per garantire lavoro e sostegno alle mamme e ai loro figli –, promuovendo attraverso l’aiuto di “anonimi” amici italiani una raccolta fondi destinata a borse di studio per i bambini del quartiere.

Tornando in Italia, nella capitale per la precisione, alla Stazione Termini una domenica al mese un gruppo di “anonimi” volontari porta decine di panini e bibite e li distribuisce agli homeless, affiancandosi ad associazioni che operano da tempo in piazza dei Cinquecento fra i poveri, stranieri e italiani. L’iniziativa di solidarietà (che «non è una parolaccia», come ha ricordato più volte papa Francesco), aperta a chiunque voglia parteciparvi, è stata battezzata con uno slogan significativo: «Apri le braccia a tuo fratello». migranti 4
Si parla di «condividere il cibo», non di regalarlo dall’alto in basso. Perché chi partecipa a questa iniziativa sa di avere molto, forse anche troppo, e sente di dover fare qualcosa per chi non ha molto, quasi niente. In modo forse spontaneistico e semplicistico, in risposta a un’emergenza e senza pianificazioni a lungo termine, seguendo binari poco strutturati. Ma questi volontari “anonimi”, che fanno gesti concreti di “solidarietà disorganizzata”, non vanno in ferie. A turno, a rotazione, qualcuno di loro c’è, quando magari gli operatori delle associazioni giustamente si godono il meritato riposo. L’augurio è che anche le parrocchie non chiudano per ferie e che ovunque serva possa esserci un volontario anonimo, spontaneo e disorganizzato, credente o non credente che sia.