maniBasta con le collette e le raccolte di alimenti: è tempo di uscire dalle parrocchie e lasciare le porte aperte. Perché i servizi per i poveri non possono essere gestiti burocraticamente. Ricordo in particolare un episodio: il compianto don Luigi Di Liegro, fondatore e direttore della Caritas diocesana di Roma (scomparso nel ’97), si arrabbiava vigorosamente con i suoi operatori se lasciavano attendere in fila, fuori dall’ostello o dall’ambulatorio in via Marsala, persone in piedi (donne con bambini, per esempio), in attesa di entrare. Perché secondo lui la porta doveva essere sempre aperta grazie ai volontari, non chiusa come quella di un ufficio municipale che funziona solo con il personale assunto e pagato.

Certo, l’organizzazione ci vuole, la prima accoglienza anche, ma penso che a livello ecclesiale il welfare debba compiere un deciso, coraggioso e profetico salto di qualità.Lo chiedono i segni dei tempi di cui parlava il Concilio, ma che spesso molti ignorano, fanno finta di non vedere. Quindi mense per i poveri sì, ma perché ogni comunità cristiana non comincia ad adottarne concretamente qualcuno prendendosi carico non solo delle sue necessità pratiche ma pure di quelle di relazione, di inserimento sociale e, perché no, di svago e divertimento?

Il buonismo natalizio ha stufato, sa di consumismo stantio e di polverose sacrestie. Certo, non è un peccato portare scatolette di tonno e chili di zucchero da distribuire a chi ne ha bisogno, ma non basta. Quando Gesù nel Vangelo di Matteo (quel capitolo 25 su cui papa Francesco ha spesso invitato i credenti a confrontarsi, facendo l’esame di coscienza proprio leggendo quel brano) si identifica con gli ultimi, non dice “Avevo fame e mi avete portato a domicilio un pacco natalizio di generi alimentari”, ma “Mi avete dato da mangiare”: un gesto che implica il contatto fisico, lo sfiorarsi delle mani, il guardarsi negli occhi, la conoscenza reciproca, uno scambio di parole e silenzi.

Insomma, implica il lasciare entrare l’altro nella propria vita, lasciarsi scomodare e interrogare, non dare il superfluo ma rinunciare a qualcosa di proprio per il bene altrui, perché a quella persona vuoi bene, tieni a lei e te ne prendi cura non come un’estranea, ma come un membro di famiglia, un fratello e una sorella reale, senza sfumature di ecclesialese sussiegoso e ipocrita. Non si tratta di mettere in pratica la scuola di don Lorenzo Milani o dei cosiddetti preti di strada: si tratta proprio di Vangelo nudo e crudo, incarnato qui e ora.

teggianoVa in questa direzione la proposta della diocesi di Teggiano-Policastro: allargare la tavolata natalizia a un minore straniero non accompagnato, sedergli accanto, festeggiare con lui la nascita del Dio-con-noi. L’iniziativa, “Ed ecco la stella…”, propone di accogliere per le feste nelle famiglie un ragazzo tra i 15 e i 17 anni, già ospite in strutture gestite dalla Caritas diocesana. “Si tratta di ragazzi senza genitori, fratelli e sorelle, giunti nel nostro paese dopo essere fuggiti da guerre, miserie e persecuzioni – spiega la diocesi –. ‘Ed ecco la stella’, significa aprire a un migrante, nel giorno di Natale o nei giorni precedenti e successivi, le porte delle nostre case e le piazze dei nostri paesi, promuovendo l’incontro e la conoscenza. Per ripercorrere, con i versetti del Vangelo secondo Matteo, il cammino dei Magi verso la grotta di Gesù, seguendo la stella e provando una ‘grandissima gioia’” (per informazioni, tel. 097579578, info@caritasteggianopolicastro.it). Se ci si stringe un po’, i posti a tavola potrebbero moltiplicarsi: e se conventi, sacrestie, canoniche, case parrocchiali e seminari decidessero come per miracolo di aprire le loro porte?