i careDue agricoltori ruandesi, un parroco pugliese, padre Charly di Buenos Aires: esempi di quella “chiesa del grembiule” che sa lasciarsi invadere la vita dai poveri, da chi disturba e non profuma…

Don Lorenzo Milani scriveva sulle porte della scuola di Barbiana “I care”, “Mi sta a cuore”. Don Luigi Di Liegro, l’ideatore e fondatore della Caritas romana morto nel 1997, diceva che non si può essere cristiani “senza sporcarsi le mani”, senza “condividere”.

Sembrano slogan, belle parole, in un’era virtuale in cui la solidarietà si manda tramite un sms o con un semplice e distaccato clic del computer. Il filtro della tecnologia è veloce, ma priva dell’olfatto e del tatto. Si vedono immagini, si ascoltano suoni, ma non si sentono odori né si toccano mani, oggetti, situazioni. Quanto è sacrosanta la fisicità per chi crede in quel Dio fatto uomo, fatto “carne”, di nome Gesù Cristo. Se proprio Lui ha scelto la via dell’incarnazione, lo ha fatto per farsi vicino, uno di noi, uno come noi. Altro che pulpiti e distinzioni verticistiche, altro che gerarchia.

Ho pensato a quanto sia provinciale e a volte disincarnata la mia fede quando ho letto le esperienze di alcuni partecipanti al XIV Capitolo generale dell’Ordine francescano secolare, in corso ad Assisi. Laetitia Barberose, ruandese, aveva acquistato un campo da cui ricavare cibo e in cui allevare animali: su quel terreno è sorto un centro che dà lavoro a persone disabili e in cui tiene corsi di alfabetizzazione e di catechesi per adulti. Il suo vicino, Sylvère Havugimana, si prende cura a casa sua dei malati di Aids. Si sono lasciati “invadere” la quotidianità da chi gli vive intorno, molto concretamente. La loro casa, il loro campo, si sono sbriciolati in tanti piccoli pezzi di pane per molti.rwanda1

Tornando in Italia, un giovane parroco pugliese mi raccontava che la “sua” casa è sempre aperta ai ragazzi: possono usare la cucina e il soggiorno quando vogliono anche per preparare una cena e stare insieme. “Basta che riordinino un po’”, aggiunge. Ma i ragazzi sentono così la canonica un po’ casa loro, decidono di cucinare per lui e di cenare con lui, di stare insieme in allegria, anche se lui a volte ha da fare e li lascia un po’ per conto loro a condividere amicizia, sogni, preoccupazioni. Certo, le regole ci sono, ma non diventano muri invalicabili, steccati protettivi che rendono formali e distaccate le relazioni. Ecco, con semplicità don Francesco ha condiviso un pezzo di casa “sua” che non è sua con i “suoi” parrocchiani più giovani.

Non sto parlando di complessi piani pastorali, di arzigogolate sinergie fra gruppi, ma di uno stile molto umile di lasciar entrare l’altro nella nostra vita, permettergli di “invadere” quello spazio che sentiamo soltanto nostro e di cui siamo gelosi. Infinitamente più difficile che mettere mano a un portafoglio e lasciar scivolare distrattamente una moneta nel bicchiere di carta del povero che incrociamo di corsa per la strada o in un vagone della metropolitana. Senza chiedergli come si chiama, senza guardarlo negli occhi o almeno salutarlo con un cenno della testa. Il vero cristiano, il pastore non “a metà”, non ha paura di “sporcarsi le mani” per “andare a trovare i fratelli e le sorelle che sono lontani. Il figlio di Dio va al limite, dà la vita, come l’ha data Gesù, per gli altri. Non può essere tranquillo, custodendo se stesso: la sua comodità, la sua fama, la sua tranquillità. Ricordatevi questo: pastori a metà cammino no, mai! Cristiani a metà cammino, mai!”, ha detto papa Francesco nell’omelia della messa celebrata il 6 novembre a Casa Santa Marta.charly

In spagnolo si dice “compartir la vida”. Con chi ti disturba, non è sempre gentile, non profuma. Una giornalista argentina, Silvina Premat, mi ha detto che padre Charly Olivero nelle villas miserias di Buenos Aires ha sempre la porta aperta. Vanno a bussargli di notte o di giorno, se c’è un “chico” o una “chica” che sta in crisi di astinenza, che si sente male e va portato in ospedale di corsa. Loro sono la sua priorità, sempre. Ma è lo stesso per tanti volontari laici che collaborano con lui. Vivendo porta a porta, fianco a fianco, una baracca accanto all’altra, nelle strade che si riempiono di fango quando piove perché non sono asfaltate. Ecco, quant’è terapeutico sporcarsi con il fango. La Chiesa del grembiule, quella che sognava il vescovo Tonino Bello. E che sogna anche Francesco, ne sono certa.