clarisseIl fascino della divisa, si dice. Le suore sono donne come tutte le altre e certamente molte di loro, prima di essere consacrate, sono state colpite dal “look” delle loro future consorelle. Dal tradizionale “total black” al “casual” t-shirt e gonna jeans, la gamma di stili e di colori delle congregazioni sembra proprio non aver confini. Mentre in Africa e in America Latina si sceglie spesso la via dell’inculturazione, usando coloratissime stoffe locali per confezionare gonne più o meno lunghe o abiti, in Asia i sari vanno dal bianco orlato di blu delle Missionarie della Carità (fondate dalla beata Madre Teresa di Calcutta) al beige di altri istituti.

Se guardiamo ai “trend” dei colori, ovviamente nero, grigio, bianco e beige restano i più gettonati, come pure l’onnipresente marrone (simbolo della terra) per le francescane (ma non per tutte), l’azzurro per le suore dal carisma mariano. I colori sono segni identitari che dovrebbero parlare a tutti, ma che forse oggi con la secolarizzazione sono rimasti intellegibili per pochi: il nero rappresenta il morire per il Signore (quindi il dono completo della vita a lui), il bianco la purezza. Alcune congregazioni osano nuance decisamente originali: il rosso bordot è il colore della passione per Dio e del Sacro Cuore da imitare nell’amore agli altri, il verde rappresenta la speranza. E così via.

Alcune si servono da negozi specializzati (nel cuore di Roma ce ne sono molti), molte hanno consorelle sarte che si occupano del confezionamento degli abiti. Quasi tutti gli istituti di vita “attiva” – cioè che si occupano di una missione esterna e non hanno il voto di clausura come le monache – hanno un look invernale e uno estivo, che opta per tessuti più leggeri e tinte come il bianco, il beige e il grigio chiaro, con velo bianco-beige-grigio al posto del nero.flamme cordis

Poi ci sono i dettagli dell’abito o della divisa, che dettagli non sono affatto: velo sì o no? E con la cuffia sotto oppure solo con il cerchietto? Colletto bianco inamidato o t-shirt sotto il vestito? Crocifisso al collo (grande, medio o piccolo, in argento o in metallo o in legno) o medaglia mariana? O spilletta appuntata sul cuore? Cinta in vita o cordone con i tre nodi che rappresentano i voti di castità, povertà, obbedienza (attenzione, alcune ne aggiungono un quarto come missione ai poveri, stabilità, ecc.)?

E le scarpe? Rigorosamente basse, dal mocassino allo scarponcino con lacci, dal sandalo francescano con o senza calze o gambaletti all’infradito in terra di missione. Alcuni istituti hanno deciso di by-passare la questione, scegliendo di vestire “in borghese”: camicia e gonna, senza velo, con crocifisso al collo o neppure quello. Capelli corti con taglio tradizionale, riga da una parte, e via. Nei monasteri di clausura, invece, solitamente l’abito tradizionale (velo lungo, soggolo bianco, unico d’estate e d’inverno) resiste alle “mode” del tempo, anche se spesso nel Sud del mondo viene adattato alle esigenze climatiche e pratiche dei luoghi.

Fatti salvi gli aspetti identitari e le tradizioni e della miriade di istituti religiosi femminili esistenti (alcuni con pochissime vocazioni, ma restii a chiudere o a “fondersi” con altri di carisma simile), una domanda sgorga spontanea: è tutta sostanza o prevale l’apparenza? Come questa miriade di segni esterni, colori, dettagli parlano alle persone che le suore incontrano quotidianamente sulla strada, nel loro lavoro a scuola o in ospedale, in parrocchia o alla Caritas? Questo “apparato” esterno fatto di lunghezze, di pieghe ben stirate, di appretto e di sbiancante per i colletti cosa comunica? Distanza sacrale o vicinanza fraterna? Parla di Dio e del fatto di appartenere a Lui o di fissazioni estetiche e d’immagine perfetta che vanno a braccetto più con la vanità che con la carità?

La vanità può nascondersi anche in una tracolla peruviana o in un rosario a braccialetto acquistato a Lourdes: non ha davvero confini o argini che tengano. Ma al netto di tutto ciò, forse a parlare di Dio e del suo amore sono anzitutto gli occhi, i sorrisi, il modo di avvicinarsi all’altro con delicatezza e femminilità, lo stare accanto e ascoltare, la tenerezza. Forse chi incontra una suora ricorda soprattutto queste caratteristiche, al di là del suo abito o del fatto che sia “in borghese”. O no?missionaria carità