cardinali

Il Sinodo per la famiglia è stato raccontato da molti vaticanisti in modo romano-centrico, attento solo ai documenti e alle beghe tra i cardinali. Ma se ci si allontana verso le periferie, si scopre chi sta davvero vicino ai feriti dalla vita

Se si guarda il Sinodo per la famiglia da vicino, in modo romano-centrico, prevalgono le correnti, i documenti dibattuti, i voti e le percentuali, le facce perplesse o contrariate di alcuni cardinali e le solite beghe dei “sacri palazzi” tanto enfatizzate da alcuni giornalisti vaticanisti.

Una questione di sguardo e di prospettive. Perché se ci si allontana e si va davvero nelle periferie – quelle tanto citate ma anche tanto vissute da papa Francesco quando era arcivescovo di Buenos Aires –, si scoprono realtà concrete e tentativi pratici di Vangelo: far spazio ai separati in parrocchia, stare vicino ai neosposi e alle giovani famiglie, istituire fondi di solidarietà per chi ha perso il lavoro. E poi spunta a Rovereto un ex banchiere che capisce l’importanza non solo di erogare aiuti di emergenza, ma di formare le famiglie povere all’uso responsabile del denaro, quindi decide di dedicare loro altro tempo prezioso. Succede in Trentino ma anche in un paesino sperduto della campagna oristanese, dove un parroco giornalista si inventa con i laici un progetto per famiglie, single, separati, tutti insomma. Battezzato significativamente “La casa dell’abbraccio”: già il nome avvicina, crea prossimità. 

Prendendo le distanze dai sacri palazzi di cui sopra e guarendo dalla miopia romano-centrica, si può volare anche oltreoceano, guardando oltre il naso della facile maldicenza per impiegare quel tesoro diventato merce rara – il tempo – per rimboccarsi le maniche e compiere gesti concreti, che rimangono scolpiti nei cuori e pure nelle fondamenta di città e paesi. D’altra parte il “maestro” di cui parlano i Vangeli aveva un padre terreno carpentiere e parlava in parabole, non in encicliche o propositiones.

Soprattutto i credenti dovrebbero assumere come paradigma una Chiesa né militante né trionfante, ma testimoniale: quella di cui parla diffusamente il beato Paolo VI al numero 41 dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi: «… per la Chiesa, la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione. "L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, – dicevamo lo scorso anno a un gruppo di laici – o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni" (67)». Un testo che papa Bergoglio cita spesso e ricorda per la sua attualità.famiglia papa

Ecco, mi sembra che dei laici testimoni e della Chiesa testimoniale quasi nessuno dei giornalisti vaticanisti parli. Eppure alcuni di loro erano presenti ai lavori del Sinodo come uditori. Ma restano mediaticamente invisibili, sopraffatti dai discorsi sulle “correnti” cardinalizie e dai continui parallelismi tra le dinamiche utilitaristiche che muovono la politica e quelle dialettiche conservatori/progressisti che non restituiscono ai lettori, ai credenti e ai non credenti un’immagine veritiera della Chiesa sul campo. A darle voce, ogni settimana, è Luigi Accattoli, vaticanista di lungo corso al Corsera: nella rubrica “Dimmi una parola”, sul blog Vino nuovo, regala distillati di vita cristiana autentica facendo parlare chi vive il Vangelo nel nascondimento, senza farsi pubblicità.

fsc Lazio