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C’è uno stereotipo che accosta automaticamente i preti salesiani agli oratori. Mentre non animano solo questi nel globo. E c’è un altro stereotipo, purtroppo vero: le notizie sul Sud del mondo non arrivano nei circuiti dell’informazione mainstream. Chi nei giorni scorsi ha sentito parlare di alluvioni e frane in Guatemala, precisamente nell’area montana di Santa Catalina La Tinta, dove quattro villaggi sono rimasti isolati e decine di famiglie hanno perso tutto, a partire dalla casa? Ho trovato questa notizia soltanto sull’agenzia Ans dei salesiani (poi ripresa da Radio Vaticana e dall’agenzia Fides), che da anni lavorano con la comunità indigena Q’eqchi.

La missione salesiana di Altaverapaz comprende anche una parrocchia in un’area con circa 250mila abitanti. Il vescovo di Verapaz Cobán, Rodolfo Valenzuela, ha invitato tutti i fedeli della diocesi ad aiutare la popolazione colpita. Ma raggiungere i villaggi degli indios è stato particolarmente arduo, dato che il cammino utilizzato di solito è stato cancellato dalle frane. “I soccorsi nei villaggi di Kaqiha’ e Samiha sono arrivati dopo quattro ore di auto e tre ore a piedi”, riferisce l’Agenzia informazione salesiana, precisando: “I salesiani della missione, sostenuti dalla Procura missionaria salesiana di New Rochelle, sono riusciti a donare una buona quantità di riso arricchito da proteine per rispondere all’emergenza immediata e sono stati i primi a giungere sul luogo”. Una cinquantina di famiglie sono state aiutate grazie a questo intervento.

Di San Pedro Carchá, come di tanti altri posti, non importa molto al mondo, come ha sottolineato don Vittorio Castagna, dopo essere arrivato ai villaggi di Kaqiha’ e aver visto con i suoi occhi un panorama devastato: “Purtroppo questa è gente dimenticata dai mezzi di comunicazione internazionali e locali, ragion per cui solo la Chiesa si prende cura di loro. Il sacerdote generalmente è anche un padre per loro e in molti casi è l’unico che li aiuta quando ci sono emergenze”.

Non si tratta di assistenzialismo, ma di presenza e condivisione. Non si tratta neppure di uno “spot” ai missionari o ai salesiani, ma di un approccio all’altro, di empatia che non si ferma al sentimentalismo buonista. Dopo l’oceano di giovani sulla spiaggia di Copacabana, anzitutto i credenti sono chiamati in prima linea a non dimenticare le persone che non saranno mai sotto i riflettori dei media mondiali e neppure locali. Avere lo sguardo attento a riconoscerle, a dare loro cittadinanza universale, a non dimenticare né discriminare nessuna minoranza.

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