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A Rio de Janeiro, la scorsa settimana, papa Francesco ha mostrato al mondo cosa intende quando parla di “periferie esistenziali”. Facendo gesti, oltre che pronunciando discorsi. La prospettiva indicata con chiarezza, nella favela di Varginha e all’ospedale San Francesco, di fronte a due milioni di persone sulla spiaggia di Copacabana come davanti al bambino più piccolo, è quella di una rivoluzione basata sulla tenerezza, sugli abbracci, sul curare le ferite dei vicini e dei lontani. Una Chiesa madre, più che maestra, che si fa accanto a tutti. Che mette la testimonianza, l’ascolto, l’accoglienza prima dell’approccio dogmatico e dottrinale.

Davanti alle folle oceaniche della Gmg e a pranzo con i ragazzi di vari carceri minorili di Rio, dialogando con tanta naturalezza e cordialità con la presidente brasiliana ed entrando in una casa della favela, papa Bergoglio è sempre lo stesso. Con il suo sguardo "micro", oltre a quello "macro". Parla dei problemi sociali più urgenti, richiama i governanti e i credenti alla solidarietà, ma guarda dritto negli occhi – con attenzione ed empatia – chi gli sta di fronte. Al suo livello. Senza gerarchie né predellini, senza "gradi" di separazione. Si fa toccare e accarezza, si fa abbracciare e abbraccia. E vuole che certi incontri intimi, come la visita all'interno di una casa della favela, restino sotto gli sguardi di pochi e non trasmessi in mondovisione. Per salvaguardare quello scambio tutto privato di commozione, sorrisi, brevissime frasi a cui non è necessario aggiungere altro perché è il cuore a parlare, a dialogare.

Sì, l'incontro alla favela (come quello della sera precedente nell'ospedale San Francesco) mi ha colpito di più, molto di più dei due o tre milioni di persone sulla spiaggia di Copacabana. Perché nel primo caso c'è l'evento tuffato nella vita quotidiana e in un contesto feriale, nel secondo caso c'è l'evento che apre e chiude una parentesi. Varginha resta, i giovani di tutto il mondo ripartiranno. Restano a Rio il giovane disabile che ha raccontato durante la veglia di sabato 27 luglio di essere sulla croce della sua sedia a ruote a causa di un’aggressione a colpi di pistola durante una rapina subita. Restano i due ex tossicodipendenti che hanno raccontato senza omissioni la loro storia al loro “padre” Francesco, commosso insieme a loro. Resta la bambina anencefala che lui ha voluto accogliere con la sua famiglia durante la Messa di chiusura, domenica 28 luglio. Loro restano nelle proprie periferie esistenziali, diventate paradigma di uno stile inclusivo per una Chiesa chiamata ad abbracciare, a condividere.

Ma i cattolici sono pronti ad accogliere senza indugi – con entusiasmo e convinzione, senza astrusi cavilli e disquisizioni astratte – questa rivoluzione della tenerezza chiesta dal papa favelado?

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